Un week-end a Civita di Bagnoregio

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Ci sono luoghi di cui magari non conosciamo neanche il nome, ma che abbiamo spesso visto in foto. Uno di questi è Civita di Bagnoregio: l’immagine del paesino  arroccato sulla cima di una montagna col ponte che sale verso la sommità è una delle cartolina dell’Italia minore dei borghi e dei tesori nascosti.

Civita di Bagnoregio si trova in provincia di Viterbo, al confine tra l’Umbria e il Lazio ed è conosciuta come “il paese che muore”.  Si trova infatti sulla sommità di una collina di argilla e materiale vulcanico che sta lentamente erodendo.

La strada che dal comune di Bagnoregio conduce verso la frazione di Civita negli anni è scivolata sempre più verso il basso fin quando nel 1965 è stato necessario costruire un ponte in cemento armato per raggiungere il borgo.

Catturata dalla suggestione delle tante foto viste in giro  in un piovoso weekend di inizio marzo ho deciso che era arrivato il momento di andare a vedere Civita dal vivo.

E’ un sabato di pioggia battente, ma quando arriviamo a Bagnoregio un timido raggio di sole buca le nuvole. Parcheggiamo sotto il ponte ed eccola qua Civita. Vista dal basso sembra quasi essere una cosa sola con la collina che la regge e la fa crollare. La sua bellezza che sarà anche la sua morte splende nella luce grigia del tardo pomeriggio, tra le nuvole che corrono veloci sorvolando questo mare di argilla.

L’ingresso al paese costa 1 euro e 50 a persona, ma non viene pagato da chi, come noi, ha deciso di dormire lassù. Il paese conta 15 abitanti e 3 b&b. Noi ne scegliamo uno affacciato sulla piazza principale del paese, la camera è un po’ storta, si fa fatica ad aprire e chiudere le finestre, tutto è un po’ sbilenco in questo paese.

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Usciamo per una passeggiata che è ormai notte. Le vie di ciottoli e terra battute sono illuminate dalla luce gialla dei lampioni. Ci sono un paio di anziani a passeggio che ci salutano con un sorriso, poi non incontriamo più nessuno se non i gatti. Decine di gatti, accucciati sulle scale, che corrono rincorrendo un topolino, che sbucano dalle cantine. Sembrano essere loro i veri padroni del paese. Ti guardano con occhi curiosi prima di correre via.

Ci affacciamo dai piccoli belvedere ai bordi del paese: il ponte si perde nelle nuvole, sotto di noi solo il buio illuminato da un paio di luci. Saranno case, ma da qui sù sembrano navi che navigano sul mare scuro. Un lontano gorgoglio di acqua aumenta la sensazione di trovarsi su un’isola.

Per la cena non c’è molta scelta, è aperto solo l’Antico Forno, il ristorante del b&b. Si cena con pici, abbacchio e un corposo vino rosso. E poi non resta altro da fare che andare a dormire, in un silenzio quasi irreale e la luce fioca dei lampioni che filtra dalle imposte.

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La mattina ci sveglieremo col rintocco delle campane della chiesa. Aprendo le finestre vedremo una vecchina che sale a fatica le scale della chiesa. Forse sarà l’unica ad assistere alla prima funzione del mattino. Il cielo ora è azzurro e Civita lentamente cambia faccia. I negozi di souvenir aprono esponendo stand pieni di magneti per il frigo e magliette di dubbio gusto. Case che la sera prima sembravano abbandonate si rivelano ristoranti tirando fuori le lavagnette dei menù. Il paese improvvisamente si popola: arrivano i gruppi organizzati delle gite della domenica, capitanati dalla guida con la bandierina legata a una vecchia antenna. Compatti e timidi arriva anche una comitiva di giapponesi. Si guardano attorno e lanciano piccoli oh di meraviglia.

Ci sono tante persone in giro ma il silenzio è lo stesso della sera prima, come se ognuno parlasse piano per paura di rovinare la quiete che sale dalle pietre delle case, dal panorama di calanchi circostante, da scale storte dove bisogna fare attenzione

Andiamo via ripercorrendo al contrario l’antico ponte e pensando che è proprio vero. In Italia #lagrandebellezza è ovunque…

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